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Lecite le plurime iniziative giudiziali assimilabili per causa petendi e petitum: sanzione disciplinare annullata #adessonewsitalia

L’avvocato non deve aggravare con onerose o plurime iniziative giudiziali la situazione debitoria della controparte, quando ciò non corrisponda ad effettive ragioni di tutela della parte assistita (art. 66 cdf, già art. 49 codice previgente).

Non costituisce violazione del predetto divieto la proposizione, da parte del medesimo difensore, di distinte domande – quand’anche assimilabili per causa petendi e petitum – nei confronti di soggetti diversi, giacché l’esercizio di autonome azioni volte ad esercitare singoli diritti tutelabili verso plurimi convenuti non configura alcun comportamento vessatorio.

Tanto a maggior ragione quando, come nel caso in esame, sono diversi anche petitum e causa petendi come correttamente evidenziato in tutti gli atti difensivi dell’incolpata.

Il principio è stato riaffermato dal Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 16 settembre 2022, n. 134, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione del …

La vicenda

Al COA di Milano pervenivano nei confronti dell’Avv. [RICORRENTE] due esposti aventi ad oggetto la condotta avuta dal professionista nel corso di due distinti procedimenti giudiziari.

Con il primo esposto il Tribunale di Milano inviava al COA di Milano la sentenza n. 516/2012 emessa a seguito della riunione di due giudizi promossi dall’Avv. [RICORRENTE], per conto di unico cliente ([AAA]), avverso due aziende sanitarie e concernenti la responsabilità medica.

Nella sentenza si dava atto del comportamento processualmente scorretto dell’avv. [RICORRENTE] ex art. 88 c.p.c. per avere la medesima:

– presentato due distinte domande di ammissione al patrocinio a spese dello Stato per lo stesso cliente che hanno dato origine a due provvedimenti di ammissione al beneficio;

– notificato due distinti atti di citazione avverso due aziende sanitarie tacendo di rappresentare, in ciascuna di dette iniziative, l’assunzione di analoga iniziativa nei confronti dell’altra azienda;

– omesso di comunicare spontaneamente in giudizio la circostanza dell’avvenuta percezione da parte del suo assistito di una rendita INAIL e ciò malgrado la stessa fosse stata erogata in periodo antecedente, notizia poi acquisita solo all’esito di segnalazione da parte di uno dei convenuti e conseguentemente acquisita ex art. 210 c.p.c.;

– duplicato ingiustificatamente le attività giudiziarie (nell’ipotesi in cui non fosse emersa la duplicazione, essa avrebbe costituito un doppio costo per lo Stato, stante l’ammissione al beneficio).

Il difensore dell’incolpata depositava innanzi al COA memoria difensiva con la quale eccepiva l’intervenuta prescrizione dell’azione disciplinare sul presupposto che i fatti avrebbero integrato illecito a carattere istantaneo che si sarebbe consumato con il deposito della domanda di ammissione al gratuito patrocinio. Inoltre, eccepiva l’assenza del dovere di informare l’altra Azienda sanitaria convenuta in diverso giudizio di aver preso medesima iniziativa nei confronti di altra azienda, nonché l’assenza dell’obbligo di dichiarare tutti i fatti nel giudizio in quanto il dovere di difesa prevaleva su quello di verità.

Il COA apriva, quindi, procedimento disciplinare per il seguente capo di incolpazione: “di essere venuta meno ai doveri di lealtà, correttezza, diligenza e verità” in relazione alla fattispecie innanzi riportata.

Con il secondo esposto – l’Azienda Ospedaliera  segnalava: di aver ricevuto dall’Avv. [RICORRENTE] una richiesta di risarcimento danni per la sig.ra [BBB]; di aver ricevuto notifica di ATP, poi abbandonato prima dell’inizio delle operazioni peritali; di aver ricevuto notifica di un atto di citazione nel quale l’Avv. [RICORRENTE] da un lato dava atto di aver depositato domanda di mediazione e, dall’altro lato, affermava a più riprese che non avrebbe dato seguito alla procedura di mediazione obbligatoria e che non sarebbe comparsa all’incontro; di aver di conseguenza deciso di non presenziare all’incontro; di aver successivamente scoperto che la cliente dell’Avv. [RICORRENTE], contrariamente a quanto affermato nell’atto, era invece comparsa all’incontro per la mediazione, che si era concluso con verbale negativo per l’assenza proprio dell’AO.

L’Avv. [RICORRENTE] depositava alcune memorie difensive nelle quali sosteneva che la sua assistita si era recata all’incontro per ritirare il verbale negativo di mediazione poiché solo successivamente alla notifica dell’atto di citazione era venuta a conoscenza della necessità di depositare in giudizio il verbale negativo per documentare la condizione di procedibilità della domanda.

Il COA disponeva la citazione a giudizio per il seguente capo di incolpazione: “di essere venuta meno ai doveri di lealtà e correttezza professionale perché, nel precisare nell’istanza di mediazione notificata all’ A.O. di “non voler dar seguito alla procedura e …… pertanto non comparirà all’incontro di mediazione”, induceva l’ A.O. a non aderire e a non comparire all’incontro del 22.12.11 al quale invece partecipava la sua cliente con l’assistenza di una sua sostituta e ciò senza avvertire l’ A.O. ottenendo così l’emissione di verbale negativo motivato proprio dal fatto che l’A.O. non era comparsa. 

Il Consiglio, trattando i ricorsi congiuntamente, dopo aver respinto una richiesta di rinvio non supportata da idonea documentazione, escuteva quale teste l’avv. [CCC] e, rigettate le altre richieste istruttorie, riteneva sussistente la responsabilità disciplinare dell’avv. [RICORRENTE] per entrambi i capi di incolpazione e irrogava la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione forense per il periodo di mesi due.

Il COA così motivava la propria decisione: “Il CNF si è già pronunciato riconoscendo la violazione dei doveri di probità, dignità e decoro dell’avvocato che richieda di accedere al beneficio del patrocinio a spese dello Stato, all’uopo dichiarando, al fine di soddisfare i presupposti del DPR 115/02, un reddito inferiore a quello reale.

Nella fattispecie l’avv. [RICORRENTE] avrebbe dovuto quantomeno dichiarare, nel momento della conoscenza, l’avvenuta intervenuta modifica atteso che l’avvocato ha anche il dovere di lealtà, correttezza e di verità in relazione all’esistenza o inesistenza di fatti obbiettivi che siano presupposto specifico per un provvedimento del magistrato, le dichiarazioni devono essere vere tali da non indurre il giudice in errore, tutti doveri ai quali l’avv. [RICORRENTE] non si è attenuta, neppure durante tutto il giudizio non solo per aver taciuto la pendenza dei due giudizi, ma anche per non aver comunicato l’avvenuta erogazione a favore del suo assistito di rendita da parte dell’INAIL, omissione che, se non scoperta, avrebbe indotto il giudice in errore e determinato un maggiore risarcimento – non dovuto – in capo al suo cliente”.

L’ingiustificata duplicazione di attività giudiziarie avrebbe costituito – se non si fosse scoperta l’erogazione della rendita da parte dell’INAIL e quindi il venir meno del beneficio del patrocinio a spese dello Stato – un doppio costo per lo Stato.

Avverso la decisione del COA di Milano l’Avv. [RICORRENTE], con atto depositato nella Segreteria dell’Ordine di Milano nel 2015, ha proposto ricorso al Consiglio Nazionale Forense.

I motivi di ricorso

In riferimento al provvedimento di cui al proc. RG 355/2012 caso [AAA]:

1) Nullità del provvedimento per assenza di corrispondenza tra la contestazione e la decisione.

Il ricorrente ha sostenuto, infatti, che il COA di Milano ha contestato all’iscritta, nel capo di incolpazione, una condotta consistita in omissioni (“…taciuto di rappresentare…”) per poi giudicare la stessa responsabile, con la decisione impugnata, per aver reso dichiarazioni false e/o non veritiere (relativamente ai dati reddituali del proprio assistito).

La ricorrente ha dedotto l’assenza di corrispondenza tra l’addebito e il provvedimento: infatti la contestazione mossa avrebbe riguardato un’omissione e non una dichiarazione non veritiera, come poi ritenuto nella sentenza e ciò comporterebbe la nullità della decisione.

2) Difetto di prova in ordine agli illeciti disciplinari contestati.

Sull’omessa comunicazione della rendita INAIL, la ricorrente che non vi era comunque prova della avvenuta conoscenza dell’avv. [RICORRENTE] della stessa prima dell’inizio del giudizio e comunque il dato era irrilevante in punto di esito del giudizio. Dagli atti di causa risultava una certificazione INAIL del 2009, comunque successiva alle istanze di gratuito, del 2007 e 2008 ed al giudizio, promosso sempre nel 2008. La difesa della ricorrente evidenziava inoltre come nessun elemento di prova sia stato acquisito nel corso del procedimento disciplinare né in ordine ai dati reddituali del Sig. [AAA] né in riferimento a pretese variazioni degli stessi.

3) Insussistenza degli illeciti disciplinari contestati; autonomia dei due giudizi promossi avverso le due Aziende Sanitarie; assoluta carenza di motivazione;

4) Intervenuta prescrizione dell’azione disciplinare.

In riferimento al provvedimento di cui al proc. RG 623/2012 caso [BBB]:

1) Omessa motivazione.

Sul punto il ricorrente ha fatto rilevare che nella motivazione vi sono solo due frasi, che non consentono di comprendere quale ragionamento ha svolto il COA per ritenere deontologicamente illecito l’omesso avviso relativo alla presenza all’incontro di mediazione

2) Legittimità della condotta posta in essere dall’Avv. [RICORRENTE].

Secondo la difesa dell’Avv. [RICORRENTE], nessun addebito poteva essere mosso all’incolpata con riguardo al contegno dalla stessa tenuto in relazione all’incontro di mediazione del 22 dicembre 2011, avendo l’iscritta operato nel rispetto dei principi di lealtà e correttezza che devono informare l’attività professionale.

In particolare, come affermato nell’atto di impugnazione, l’Avv. [RICORRENTE] non aveva indotto la controparte a non partecipare al suddetto incontro mentre la presenza della propria cliente era stata dovuta alla sola necessità di ottenere il verbale negativo su sollecitazione dell’organismo di mediazione.

La ricorrente si era convinta, anche su esplicite indicazioni della cliente, a decidere di comparire visti i dubbi sul perfezionamento della procedura di conciliazione in caso di assenza, sollevati, peraltro, dall’organismo di conciliazione, dubbi, allo stato della giurisprudenza e della novità della normativa in quel momento, più che legittimi.

Inoltre, il verbale negativo a uso esterno non poteva recare alcun vantaggio alla propria assistita, né danno alla controparte.

Peraltro, ha dedotto che lo stesso Tribunale di Milano nel giudizio promosso rigettava l’eccezione di irritualità della mediazione che sarebbe derivata dalla dichiarazione di volontà di non comparire, poiché la controparte risultava appunto regolarmente convocata. In ogni caso deduceva che non vi era mai stato un accordo con la controparte teso a non comparire, ma solo una dichiarazione unilaterale.

La decisione in sintesi

Il Consiglio Nazionale Forense, con la citata sentenza n. 134 del 2022, ha ritenuto i motivi parzialmente fondati e ha accolto, in parte qua, il ricorso e annullato la decisione assunta dal COA di Milano.

La motivazione

Ha osservato il Consiglio che effettivamente da nessuno degli atti processuali può raggiungersi la certezza che l’avv. [RICORRENTE] conoscesse i dati reddituali del proprio assistito, il quale aveva presentato autonomamente le domande di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, né che conoscesse la sussistenza della rendita INAIL né, infine, che detta rendita fosse erogata già prima dell’inizio del giudizio, così da doverne fare menzione nello stesso.

Va ricordato in questa sede la natura accusatoria del giudizio disciplinare che «è governato dal principio del favor per l’incolpato, mutuato dai principi di garanzia che il processo penale riserva all’imputato, per cui la sanzione disciplinare può essere irrogata, all’esito del relativo procedimento, solo quando sussista prova sufficiente dei fatti contrastanti la regola deontologica addebitati all’incolpato, dovendosi per converso assolversi in assenza di certezza nella ricostruzione del fatto e dei comportamenti.

Conseguentemente, l’incolpato è stato assolto in ordine all’illecito contestatogli, quando non è stata raggiunta la prova certa della colpevolezza» (tra le tante, CNF sentenza del 19 marzo 2018, n. 9).

Come pure, ha osservato il Collegio sulla doglianza n. 2 del primo addebito, l’ipotesi dell’abuso del processo non si può ritenere confacente alla fattispecie concreta. Difatti è vero che l’avvocato non deve aggravare con onerose o plurime iniziative giudiziali la situazione debitoria della controparte, quando ciò non corrisponda ad effettive ragioni di tutela della parte assistita (art. 66 ncdf, già art. 49 cdf).

Tuttavia, non costituisce violazione del predetto divieto la proposizione, da parte del medesimo difensore, di distinte domande – quand’anche assimilabili per causa petendi e petitum – nei confronti di soggetti diversi, giacché l’esercizio di autonome azioni volte ad esercitare singoli diritti tutelabili verso plurimi convenuti non configura alcun comportamento vessatorio.

E ciò a maggior ragione quando, come nel caso in esame, sono diversi anche petitum e causa petendi come correttamente evidenziato in tutti gli atti difensivi dell’avv. [RICORRENTE].

Fermo restando il potere del CNF di integrazione della motivazione carente, l’accoglimento dei due superiori motivi ha assorbito l’esame dell’ulteriore doglianza della ricorrente circa l’assoluta carenza di motivazione della decisione impugnata.

In riferimento al proc. RG 623/2012 caso [BBB], il Collegio ha ritenuto che ritiene, in accoglimento delle difese dell’incolpata, il comportamento contestatole non integrasse alcuna violazione rilevante dal punto di vista deontologico, con conseguente assorbimento del denunciato vizio di motivazione.

Difatti, se è vero che vi è una indicazione nell’atto di citazione dell’assenza di volontà di partecipare alla mediazione, il successivo comportamento è rimasto frutto di libera scelta del quale è stata data una plausibile spiegazione.

Dirimente sul punto la parte della motivazione della sentenza resa nel giudizio civile nella quale il giudice ha rigettato l’eccezione di improcedibilità per “mancato perfezionamento” della mediazione asserendo che il convenuto era stato invitato a partecipare in maniera corretta e il non farlo rimaneva nella libera disponibilità dello stesso.

In conclusione, il Consiglio in accoglimento del ricorso, ha annullato la decisione emessa del COA di Milano.

Vai alla decisione

Ecco il link a: Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 16 settembre 2022, n. 134

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