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Che tasse paga chi ha una partita IVA? #adessonewsitalia

Conviene aprire una partita IVA? Quali tasse si devono pagare? Sono domande che si pongono molti contribuenti davanti ad un bivio: scegliere la libera professione o il lavoro dipendente. I consigli, in questo campo, non mancano: c’è chi suggerisce di aprire una partita IVA e mettersi in proprio. Altri, invece, preferiscono il lavoro subordinato. Dare una risposta univoca a questi dubbi non è possibile. È preferibile andare ad analizzare i costi: sicuramente quelli più importanti sono legati alle imposte da pagare.

Il primo passo da fare è quello di valutare quanto incidono le tasse sulla partita IVA. Quanto ogni singolo contribuente dovrà pagare, ovviamente, dipende dal regime fiscale scelto e dall’ammontare del fatturato. Ma cerchiamo di capire meglio come ci si deve muovere.

 

IRAP, IRPEF e le altre: tutte le imposte dovute

Il libero professionista che ha scelto di aprire la partita IVA ed abbia optato per il regime ordinario è tenuto al pagamento di queste tasse:

 

  • IVA, ossia l’imposta sul valore aggiunto;
  • IRPEF, ossia l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Nel caso in cui invece fosse una società, dovrà pagare l’IRES, l’imposta sui redditi delle società;
  • IRAP, l’imposta regionale sulle attività produttive.

 

Sostanzialmente questo significa che per un lavoratore che abbia optato per il regime ordinario l’Agenzia delle Entrate vuole conoscere nel dettaglio:

 

  • i suoi acquisti e le sue vendite, per determinare l’IVA;
  • il reddito dichiarato, per calcolare l’IRPEF;
  • il suo fatturato, per l’IRAP.

 

L’IVA, ossia l’Imposta sul Valore Aggiunto, è pari al 22%. Per riuscire a comprendere quanto il contribuente debba pagare di questa tassa, è necessario distinguere tra IVA a credito e IVA a debito. Per comprendere questa differenza facciamo un semplice esempio: un contribuente ha un negozio di abbigliamento. Acquista dei capi dai suoi fornitori, sui quali paga l’IVA: questa è a credito, perché è già stata pagata. Quando vende i capi ai suoi clienti, ci deve aggiungere l’IVA, che è a debito, perché la deve ancora pagare. La differenza tra l’IVA a debito e quella a credito è l’importo da pagare.

L’IRPEF, invece, è un’imposta progressiva e diretta. Non colpisce i consumi e deve essere calcolata sul reddito percepito da una persona fisica. È progressiva perché è legata a degli scaglioni, che vengono tassati secondo aliquote che aumentano progressivamente.

Gli scaglioni in vigore nel 2022 sono i seguenti:

 

  • 23% fino a 15.000 euro;
  • 25% oltre 15.000 e fino a 28.000;
  • 35% oltre 28.000 e fino a 50.000 euro;
  • 43% oltre 50.000 euro.

 

L’IRAP, invece, deve essere calcolata sui compensi che vengono percepiti dal titolare della partita IVA, al netto dei costi detraibili e dell’ammortamento di beni materiali o immateriali. Questa imposta, nella maggior parte dei casi, ha un’aliquota pari al 3,9%. Alcune regioni, però, hanno il potere di diminuirla fino ad azzerarla completamente, ovvero di maggiorarla fino a 0,92 punti percentuali in più.

 

Le agevolazioni sul primo anno

Dal 2016, il regime forfettario è diventato l’unico regime fiscale agevolato, che possono scegliere i contribuenti per intraprendere una nuova attività con la partita IVA. Nel 2022 può accedere al regime forfettario il contribuente che rispetti questi parametri:

 

  • abbia un monte ricavi/compensi inferiore a 65.000 euro;
  • abbia spese inferiori a 20.000 euro lordi per lavoro accessorio, per lavoro dipendente e per compensi erogati ai collaboratori.

 

Il regime forfettario permette di accedere ad alcune agevolazioni. Non vengono, infatti, applicate le aliquote normali dell’IRPEF, ma ne viene applicata una sola:

 

  • per i primi cinque anni viene applicata quella ridotta al 5%. Questa possibilità viene data solo a quanti avviano una nuova attività;
  • in tutti gli altri casi viene applicata un’aliquota sostitutiva pari al 15%.

 

Le variazioni di tasse per partita IVA in regime forfettario e ordinario

Quali sono, sostanzialmente, le differenze tra il regime forfettario e quello ordinario? La prima caratteristica che contraddistingue i due regimi riguarda la deduzione. Iniziamo a spiegare cosa sia la deduzione: con questo termine ci si riferisce all’importo che può essere sottratto dal reddito imponibile, sul quale si dovranno calcolare le imposte. Facciamo un esempio molto semplice: il professionista che abbia fatturato per 100 euro ed abbia sostenuto spese detraibili per 20 euro, pagherà le tasse solo su 80 euro. L’imposta finale terrà conto delle spese che il contribuente ha sostenuto.

A parte la disciplina che riguarda direttamente le detrazioni, un’altra differenza è determinata dalla modalità di calcolo delle tasse da versare. Il regime forfettario è esente dall’applicazione dell’IVA, che non deve essere aggiunta nelle fatture. Sui ricavi, inoltre, dovrà essere applicata l’aliquota del 15% a titolo di imposta sostitutiva, chiamata in questo modo perché sostituisce tutte le imposte previste.

 

Come calcolare le tasse per partita IVA: esempi pratici

Come si devono calcolare le tasse per quanti sono in possesso di una partita IVA? Proviamo a fare un esempio pratico: un contribuente ha dichiarato redditi per 60.000 euro. L’IRPEF dovrà essere calcolata in questo modo:

 

  • primo scaglione fino a 15.000 euro: 3.450 euro (15.000 x 23%);
  • secondo scaglione da 15.001 a 28.000 euro: 3.249,75 euro (il 25% si applica sulla differenza tra 28.000 e 15001 euro);
  • terzo scaglione da 28.001 a 55.000 euro: 9.449,65 euro (il 35% si applica sulla differenza tra 55.000 e 28.001 euro);
  • quarto scaglione da 55.001 a 60.000 euro: 2.149,57 euro (il 43% si applica sulla differenza tra 60.000 e 55.001 euro).

 

Nel caso in cui il nostro contribuente abbia dichiarato un reddito da 60.000 euro dovrà pagare di tasse: 3.450 + 3.249,75 + 9.449,65 + 2.149,57. In totale verserà: 18.298,97 euro.

 

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