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Tutte le donne della Presidente #adessonewsitalia

Nel suo discorso di insediamento la neoeletta Presidente del Consiglio ha fatto molti riferimenti alla storia nazionale citando figure maschili e femminili. Le donne prese ad esempio sono state oggetto di sottolineature e commenti di vario genere da parte dei media. Osservazioni che lasciano il tempo che trovano al pari degli stessi personaggi femminili citati, sembrerebbe, solo al fine di veicolare un pot-pourri argomentativo che ha avuto il pregio di confermare lo spessore etico e ideologico della Presidente del Consiglio. Chi volesse approfondire la questione trova molto materiale in rete e potrà riuscire a farsi un’idea della visione femminile della storia e della politica sostenuta dall’inquilina di Palazzo Chigi. Corre l’obbligo però, in questo spazio, di cercare di sottolineare gli aspetti di una storicità al femminile, e di classe, troppo spesso dimenticata.

Donne di tale statura non trovano posto nei discorsi dei signori di palazzo

Giorgia Meloni durante il discorso di insediamento

Infatti, più che le figure alte, e scontate della storia patria, potevano, e dovevano, essere ricordate quelle della quotidianità di tutti i giorni costrette a sopportare ruoli di genere non sempre segno di civiltà e progresso.

Ricordare le donne viste solo come mogli, madri o amanti, citando però alcune figure simbolo come, ad esempio, Franca Viola, giovane ragazza di 17 anni, nel 1965, che rifiutò l’offerta di un matrimonio riparatore da parte di Filippo Melodia, suo rapitore e stupratore.

Franca allora fece prevalere la forza della ragione e del diritto, e dei suoi sentimenti di persona, al di là delle posticce credenze legate ad un onore che si può violare e riparare a semplice piacimento del maschietto di turno. Storia di violenza anche quella di Donatella Colasanti, ma con risvolti molto più tragici. Lei, assieme alla sua amica Rosaria Lopez, furono rapite, violentate e torturate fino alla morte, quella di Rosaria – che aveva 19 anni – mentre Donatella, 17 anni, riuscì a salvarsi fortunosamente denunciando i suoi stupratori tutti figli della Roma ricca, brutale e neofascista del 1975.

Parecchi anni dopo ancora una giovane si ritrova a pagare con la vita la “colpa” di essere donna, e straniera, e di aver cercato una vita fuori dall’autorità genitoriale e maschile. Si sta parlando di Saman Abbas, uccisa dal padre perché troppo libera di amare chi voleva e ribelle alle tradizioni religiose della famiglia. Saman era pachistana, ma viveva da anni in Italia, anche se non ha potuto disporre liberamente del suo tempo, dei suoi spazi, dei diritti di cui ogni individuo dovrebbe godere, a partire da quelli legati ad una cittadinanza italiana negata. Se fosse stata cittadina italiana Saman sarebbe ancora viva? Difficile dirlo, ma forse avrebbe avuto qualche chance in più di fuggire ad un tragico destino.

Neanche per le italiane è facile scappare da una società che vede i numeri dei femminicidi troppo alti, ed ancor più quelli legati alle morti sul lavoro. In questo caso vale la pena ricordare Luana d’Orazio e Paola Clemente, lavoratrici ammazzate dal lavoro. La prima aveva 22 anni quando una macchina l’ha mangiata viva a Prato, mentre l’altra ne aveva 49 nel momento in cui il cuore è crollato sotto il peso della fatica del lavoro come bracciante nei campi.

E forse può essere considerata una morte sul lavoro anche quella di Carmela Ciniglio, maestra di 40 anni vittima, assieme a 26 bambini, per il crollo di una scuola conseguente ad una scossa di terremoto. Una fatalità qualcuno potrebbe dire, quasi un concorso di colpa altri potrebbero aggiungere, una morte bianca in un paese sismico dove l’alta percentuale gli edifici pubblici a norma rappresentano più un miraggio che non una realtà.

Un paese in cui l’istruzione soffre di un impoverimento progressivo di decenni al pari, restando in tema di welfare, di ciò che riguarda la salute. Ed in questo caso c’è un altro nome da aggiungere a questa lista di donne da citare come testimoni della società in cui viviamo. Anzi più di uno, ma non li diciamo in quanto riguardano le infermiere che si sono tolte la vita nei mesi tragici della pandemia da Covid-19, dell’anno 2020.

Colleghe che hanno sentito su di loro, ingiustamente, tutto il peso di un contagio che saliva e colpiva i loro pazienti, ma che in realtà non può essere disgiunto dalla cattiva gestione da parte di dirigenti e funzionari che, anche in questo caso, si sono ben nascosti dietro una fatalità drammatica di cui nessuno può essere accusato.

Un atteggiamento figlio della stessa arroganza e violenza di chi si è reso responsabile delle morti politiche che hanno strappato il marito e la normalità di una famiglia a Licia Rognini, vedova dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano durante un interrogatorio che lo voleva responsabile della strage di stato – per mano neo-fascista – alla Banca dell’Agricoltura a Milano, nota come la Strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969.

Vittime della violenza politica sono state anche la militante radicale Giorgiana Masi, morta a Roma durante una manifestazione, colpita dalla fatalità di un colpo di pistola che ancora non si sa bene se sparato da manifestanti o da forze dell’ordine.

Ma di politica si muore anche senza scendere in piazza, anche quando la stessa ti viene a cercare e ti ammazza gratuitamente, solo per il gusto di farlo nella sanguinolenta corsa al potere, come accaduto a Teresa Galli, giovane ragazza vittima dello squadrismo fascista del 1919 che avrebbe portato poi, durante la dittatura ventennale successiva, a tanti altri, troppi, lutti. E fra questi, per continuare in tema di donne da ricordare, anzi, che difficilmente qualcuno ricorderà in discorsi ufficiali, si può citare Ida Dalser, madre di un figlio riconosciuto da Benito Mussolini ed amante lasciata, assieme al frutto del peccato, a marcire in Manicomio.

Sedotta ed internata in un modo, allora come oggi – sotto altri termini – in cui il corpo delle donne è oggetto di propaganda e speculazione, quando non di vero e proprio mercato. Ed allora, in tal senso va ricordata certamente una donna che, nel suo alto ruolo politico, ha cercato di ridare dignità alle donne stesse impedendone il mercimonio: la socialista Lina Merlin, senatrice della Repubblica Italiana, famosa per l’omonima legge che portò alla chiusura delle case di tolleranza.

Atto di civiltà da allora sempre contestato – e rimpianto – dalla destra machista dell’italica penisola, la stessa che non perde occasione per ricordare la centralità del ruolo di madre delle donne, ma poi se ne dimentica quando queste vengono lasciate sole come madri da padri bravi solo a fuggire via. Un tema conosciuto del resto dalla Presidente del Consiglio attuale che avrebbe potuto sottolineare, rendendo omaggio ad una donna figlia di ragazza madre e ragazza madre lei stessa; figura di un importante spessore culturale e artistico, e sotto molti aspetti anche femminista, come fu l’attrice, tutta romana, nonostante le sue origini marchigiane, romagnole e calabresi: Anna Magnani.

Una lettura quella fatta fin qui tutta di parte?

E come potrebbe essere diversamente vista la stessa impostazione seguita dalla Presidente del Consiglio che ha pensato di omaggiare persino sue colleghe alleate, mentre non sarebbe stato male un richiamo alla figura, alla vicenda e al coraggio dimostrati dalla neoeletta senatrice Ilaria Cucchi.

Alla fine, se si vuole, l’unica vera donna che doveva essere citata per mostrarne tutta la grandezza italiana e femminista, forse è Antonietta Tiberi. Il nome riguarda un personaggio di fantasia, interpretato da Sofia Loren nel film di Ettore Scola “Una giornata particolare”. Antonietta è una donna, una madre ed un’italiana, anche fascista perché altrimenti non potrebbe, tutta dedita a prendersi cura della sua famiglia che di lei però sembra interessarsi ben poco. Infatti, la lascia da sola a rassettare l’appartamento della casa popolare romana in cui vivono, mentre se ne vanno in centro città per assistere alla visita di Adolf Hitler in Italia.

Antonietta ne approfitta per fare colazione con gli avanzi lasciati dai suoi cari, per riposarsi un po’ e per passare il resto della giornata in una maniera libera e speciale, fino alla conclusione di un liberatorio rapporto sessuale con un dissidente antifascista – interpretato da Marcello Mastroianni – omosessuale e prossimo ad essere inviato al confino.

Ecco, queste potevano essere alcune delle donne da citare nel discorso di insediamento da parte della Presidente del Consiglio, vittime della sorte avversa di una società maligna creata dagli uomini, ma normalissimi individui di vite altrettanto normali e coraggiose fino a quando sono state chiamate, contro la loro stessa volontà, a dimostrare tutta la loro forza, la loro intelligenza, il loro coraggio senza essere incensate di nessun titolo, merito, o riconoscimento storico, ma figlie della più schietta, solidale e libera umanità che la società delle ultime e degli ultimi, è mai riuscita a generare.

Ma per donne di questa statura non ci sarà mai posto nei discorsi dei signori del Palazzo. Per fortuna. E la chiusa non può che essere lasciata alle parole di un’altra donna, Frida Kalo, che ha ricordato l’importanza di essere: non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai.

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